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Primo piano 2006

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MIGLIOR VINO DEL MONDO 2006
BRUNELLO DI MONTALCINO TENUTA NUOVA 2001

CASANOVA DI NERI

Il miglior vino del mondo? È un Brunello di Montalcino, uno dei più simboli del made in Italy. Lo ha decretato la rivista americana Wine Spectator, considerata la «bibbia del vino» a livello internazionale, che ogni anno stila la classifica delle 100 migliori bottiglie. Al primo posto dei top mondiali è infatti giunto il Brunello di Montalcino «Tenuta Nuova» 2001, prodotto dall'azienda Casanova di Neri di proprietà di Giacomo Neri. «E' una soddisfazione impagabile che mi riempie di gioia - ha commentato il produttore al sito internet www.winenews.it -. Abbiamo lavorato moltissimo in vigna e in cantina e questo premio ci ripaga di tutti i sacrifici di questi anni. È una vittoria - ha aggiunto Giacomo Neri - di squadra e soprattutto il riconoscimento della grandezza enologica di Montalcino». Nella classifica del Wine Spectator, da sempre uno dei verdetti più attesi nel mondo dell'enologia internazionale, giunge poi un altro importante riconoscimento per la Toscana e l'Italia. Al nono posto della Top 100 si è infatti posizionato il supertuscan «Il Blu», blend di Sangiovese (50%), Merlot (25%) e Cabernet Sauvignon (25%), prodotto dall'azienda toscana «La Brancaia». Ma da questa «Top 10» (leggi la classifica) esce anche un altro vincitore italiano: è l'enologo Carlo Ferrini, uno dei più famosi del nostro Paese, consulente di tutte e due le cantine nei migliori dieci vini del mondo, Casanova di Neri e La Brancaia: «Sono davvero felice, è un risultato strabiliante che premia due giovani aziende che si sono molto impegnate negli ultimi anni sul fronte della qualità estrema». Gli altri 90 vini della famosa classifica della rivista cult americana si conosceranno solo nei prossimi giorni su www.winespectator.com. 17 novembre 2006

Da Repubblica.it del 18 novembre 2006

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CANTINA DELL’ANNO 2006

ARNALDO CAPRAI

“Qualcosa abbiamo fatto, dal 1986 fino ad oggi”, commenta sornione Marco Caprai, il general manager di questa “winery” umbra, che a vederla oggi sembra quasi una cantina della Napa Valley, pur rimanendo architettonicamente fedele al territorio, con il suo aspetto curatissimo e le attrezzature modernissime e scintillanti d’acciaio. All’epoca l’azienda aveva 14 ettari di vigne, e produceva vini di discreto livello. Ma quando Marco arriva in azienda, poco più che ventenne, capisce che i tempi erano maturi per un cambiamento radicale. Che doveva investire a Montefalco, e nella sua uva Sagrantino, come nell’azienda che gli aveva affidato il padre Arnaldo. Parlare di Sagrantino all’epoca, non era facile. Era un vino di non grande reputazione, ritenuto troppo rustico e sgarbato dai palati fini dell’epoca, tutti concentrati sui supertuscan e i nuovi vini del Chianti. Eppure Marco era fermamente convinto delle potenzialità di quest’uva dall’origine misteriosa che dal medioevo si poteva rintracciare solo nella bella città umbra. L’incontro con il professor Valenti, che insegnava viticoltura all’Università di Milano, l’anno successivo, fu decisivo. Iniziò così un lavoro incredibile, che ha coinvolto per anni l’Università e l’azienda, decine di ricercatori e tutto il territorio del sagrantino. Sono stati individuati i cloni migliori, sperimentate le forme d’allevamento più adatte, e con la collaborazione di Attilio Pagli, enologo, le tecniche di cantina più idonee a valorizzarlo. Il Sagrantino di oggi somiglia poco al vino ruvido di un tempo, che maturava a novembre e dava soprattutto buoni vini dolci con l’appassimento. Basse rese per ettaro, l’abbandono dei sistemi espansi, un’enologia moderna e attenta ci hanno regalato(o restituito?) un’uva rossa che matura oltre un mese prima e dona un vino potente, profondo, complesso, longevo, straordinariamente appagante. Uno dei grandi vini rossi d’Italia, insomma, e che oggi è una star internazionale, un po’ come la Caprai, che ormai vanta 157 ettari di vigneti, produce 600mila bottiglie l’anno, e ha rilanciato questo rosso Docg al punto da attirare in questa bella cittadina investimenti da tutta Italia, con decine di nuove aziende. Ma Marco Caprai va avanti per la sua strada, con i suoi laboratori di ricerca, i suoi vigneti sperimentali, e una gamma di vini che ha pochi eguali in Italia. Come l’Outsider un taglio bordolese di incredibile fascino. “E’ un vino provocatorio, che vuole testimoniare come un grande terroir non si possa limitare solo alle varietà autoctone”. Una storia di successo, dunque, fatta di passione, sperimentazione, tanti sacrifici e di grandi investimenti. “Di pazienza, di tenacia, e anche un po’ di incoscienza – puntualizza Marco – il vino è agricoltura, e richiede tempi lunghi. Bisogna credere davvero in quello che si fa”. Oggi il suo Sagrantino(e le altre sue etichette) sono nelle migliori carte dei vini e nelle più prestigiose enoteche del mondo. Alla faccia, vien voglia di dire di quelli che vent’anni fa, quando si parlava di Sagrantino, ridacchiavano saccenti.

Testo di Marco Sabellico tratto dal n°166 del Gambero Rosso 2005

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BIANCO DELL’ANNO 2006

COLLIO BIANCO FOSARIN 2004 RONCO DEI TASSI

 Quella di Fabio Coser e del suo Ronco dei Tassi è una delle classiche belle storie del mondo del vino: fino al 1989 enologo consulente di alcuni piccoli produttori della zona acquista, insieme alla moglie Daniela, una piccola azienda con tre ettari di vigneto che chiama Ronco dei Tassi. “L’abbiamo chiamata così perché questa zona è molto popolata da tassi che vengono a mangiare l’uva appena diventa matura – ci racconta Fabio – La posizione dei vigneti è ideale, il clima temperato per la vicinanza dal mare che si trova a solo 20 chilometri, infatti qui dal Monte Quarin lo vediamo perfettamente”. L’azienda con gli anni si è allargata fino ad arrivare a circa 12 ettari di vigneto con una buona metà di oltre 50 anni di età. E proprio nel 1990 da queste vecchie vigne nasce il progetto del Fosarin, da uve pinot bianco(50%) e il restante tocai friulano e malvasia istriana in percentuali variabili che subisce un breve(quattro mesi) passaggio in barrique. “Questo tipo di uvaggio è molto tradizionale e ci abbiamo creduto fin dall’inizio come crediamo nei vitigni tipici della zona che intendiamo valorizzare. Penso infatti che il Fosarin abbia ancora discreti margini di miglioramento, ma questo discorso d’altronde vale per tutti i vini”. E’ un vino di grande intensità con raffinati sentori di fiori di montagna, pesca, mela golden e leggere note speziate, al palato è pieno, convincente e armonico, coerente nello sviluppo che si arricchisce di note di anice che si accompagnano a un finale molto lungo. “Stiamo completando la nuova cantina che speriamo ci aiuti a realizzare vini sempre più interessanti da questo che è un terroir assolutamente straordinario”. Testo di Dario Cappelloni tratto dal n°166 del Gambero Rosso 2005

 
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